CHI SONO I FORTI? - BY 365 MTB

Un itinerario meditativo fra storia e freeriding

Nessun viaggio è lungo quando la meta è interessante. Nessun viaggio è pesante quando la compagnia è giusta. Nessuna vetta ti farà ombra se pedalando le sai girare intorno.

A scuola, il secolo scorso, cercavo di sfangare la Storia e l'Italiano, fra un suggerimento, quattro appunti e l'immancabile Bignami. Mi sentivo forte nella mia ignoranza, che autodiagnosticai anni dopo allorché mi accorsi di quanto fosse lacunosa la mia preparazione. Ma si sa, la vita offre sempre opportunità, non di redimersi magari ma di uscire da quella cerchia di “cinghiali” che la mia classe sfornò negli anni ’80. Non voglio generalizzare poiché fra i miei compagni alcuni studiavano davvero e amavano la Storia d’Italia quanto io il windsurfing. Negli anni hanno sicuramente planato meno di me ma certamente hanno compreso al meglio i significati e l’importanza della storia del nostro paese. L’alba arriva prima o poi per tutti e vidi la luce allorché anni dopo, il professore di mineralogia, originario di Schio (vicino a Vicenza) mi affascinò raccontandomi la guerra del Pasubio.

Il Monte Pasubio, situato all’altezza di Rovereto, separa le province di Trento e Vicenza. E’ un imponente massiccio calcareo che passa i duemila metri di altezza e sul quale passava una linea separante il Regno d’Italia dall’impero austroungarico. La linea era lunga e articolata. Passava su vette impervie sulle quali si consumarono nel 15-18 cruente battaglie responsabili di decine di migliaia di morti da entrambe le parti. Fui colpito e nel ’92 andai a pedalarmelo per una rivista, non senza prima aver letto uno degli innumerevoli libri che narravano quegli atroci momenti. Era un libro che parlava di partenze senza ritorni, di sofferenze e di cameratismo, di vittime e di eroi. Lasciata la strada asfaltata a Pian delle Fugazze, iniziai la salita su fondo calcareo che mi portò al rifugio Gen. Achille Papa. Allontanatomi dagli schiamazzi dei turisti al rifugio mi calai nel silenzio della “zona monumentale sacra”: un cimitero a cielo aperto praticamente, che è la tomba di migliaia di soldati che hanno combattuto per noi, per difendere un avamposto, per non concedere al nemico quei pochi passi che avrebbero potuto significare la vittoria oppure la sconfitta. I due fronti, segnati rispettivamente dal Dente Italiano e quello Austriaco, due picchi rocciosi a non più di 150 metri di distanza, non riuscivano a sbloccare la situazione. Iniziò allora una guerra di mine: centinaia di metri di gallerie per piazzare le cariche sotto le rispettive linee nemiche. Per poche ore i Kaiserjaeger riuscirono a far brillare le cariche prima degli Italiani.

-Per giorni-, narrava l’autore del libro, -sentivo i lamenti dei compagni senza la possibilità di poterli recuperare. - Ebbi grande rispetto per quel luogo e quel momento: decisi di non scattare neppure una foto lasciando alla descrizione della penna le suggestioni di quell’atmosfera. Ero costernato, paralizzato all’idea di ciò che si era consumato, di ciò che l’uomo era riuscito a fare. Ad un certo punto sentii il rumore di un quattro tempi salire da una delle stradine tracciate a colpi di piccone quasi cento anni prima. L’endurista rampava inesorabile spinto da una gomma tassellata che sparava pietrisco ovunque, senza il minimo rispetto di ciò che stava calpestando. Mi parai in mezzo alla strada e lui fu costretto a fermarsi. Gli dissi che anche io, come lui, possedevo un XR600 R ed era una gran moto. Colsi nel suo sguardo un’espressione di cameratismo, quasi che l’avere lo stesso ferro ci rendesse figli di una stessa bandiera o di una stretta appartenenza. Poi gli dissi che non trovavo giusto divertirsi in un territorio nel quale era morto mio nonno, e i nonni di tante persone e che forse, se il suo fosse stato lì, lui avrebbe scelto un tragitto diverso. Allora capì, chiese scusa e tornò da dove era venuto. Il fatto che ai piedi della montagna ci fosse un divieto di transito grande come una casa era un dettaglio. Quella fu una delle prime volte in cui utilizzai la bicicletta come un mezzo e non un fine. Un mezzo per scoprire nuovi significati e provare nuove sensazioni.

Sceso a valle comprai una carta Kompass: “Die Dolomitenfront” una mappa al 50.000 in cui è tracciata tutta la linea di confine di allora. Una linea impervia e fortificata e in parte pedalabile. Oggi, dall’Alpe Cimbra, vedo il Pasubio al di là della valle di Terragnolo. Sono vicino alle rovine di Forte Dosso delle Somme, una delle numerose fortificazioni austriache fatte erigere fra il 1911 e il 1915 su tutto l’altipiano a difesa della linea austriaca. Gli obici italiani da 200 mm. scavalcavano agevolmente la valle che si para davanti a noi. Dal forte, ridotto a rudere sia dai bombardamenti italiani che dallo smantellamento del primo dopoguerra per recuperare l’acciaio, parte una trincea lunga alcuni chilometri che possiamo seguire sia con lo sguardo che con la bicicletta e che conduce fino all’abitato di Serrada. Sono qui, di fronte al Pasubio, che venticinque anni prima rapì la mia curiosità, il mio senso della storia. Da Forte dosso delle Somme vedo Forte Sommo Alto, e poi Forte Cherle e da lì ancora Forte Belvedere (quest’ultimo intatto): un imponente sistema fortificato per impedire un’avanzata italiana verso Rovereto. Tutt’intorno a noi migliaia di crateri, ormai inerbiti, a testimonianza dei massicci bombardamenti di quei tempi. La storia è intorno a noi. La storia è meravigliosa come fantastici sono le centinaia di chilometri di sentieri mappati sui quali possiamo pedalare per andare alla scoperta di ciò che eravamo e di ciò che potremo essere.

 

Non stiamo fagocitando grandi dislivelli ma abbiamo in ogni caso scelto la e-bike: perché non vogliamo perdere lucidità in salita per poi poterci gustare la discesa, perché se perdi la traccia o ti confondi in quella miriade di sentieri puoi tornare indietro divertendoti senza imprecare, perchè, infine, noi non siamo tipi da “100 KM. DEI FORTI”, la celebre competizione che si svolge in mtb ogni anno sull’Alpe Cimbra. Voglio essere padrone di fermarmi, sostare e far viaggiare la fantasia senza sentirmi oppresso da una road map fatta di chilometri e dislivelli. L’altipiano è grande e ce lo vogliamo godere, magari con qualche piccola diversione stimolata dalla fantasia allorché giudichiamo interessante un particolare riscontro fisiografico sulla mappa. I nostri amici di Nuvalley ci hanno preparato il campo sospeso a Passo Coe e una grigliata di tutto rispetto sui tavolacci all’aperto del Rifugio Alpino, proprio a fianco del bosco in cui è stato allestito il campo. La brezza della sera rinfresca rapidamente l’aria ma questo non c’impedisce di gustare la cena. Tutt’intorno silenzio e solo i rumori del bosco. La luna filtra fra gli abeti e per non perdere neppure un momento di questa magia decidiamo di non mettere le coperture alle tende. Ci addormentiamo sentendo il fruscio dei rami di pino e le sagome scure in perenne movimento degli alberi sopra la nostra testa. 

L’indomani arriva presto e con una punta di malcontento. Un po’ come quando ti danno l’upgrde in business e non vorresti mai arrivare a destinazione... L'indomani raggiungiamo Monte Maggio e poi Virti, una piccola frazione nei pressi di Lavarone. Nascosti nella foresta, avvolti nel muschio, riposano i resti del presidio austro-ungarico, il centro di comando di tutta la linea fortificata. Siamo in una forra naturale fra pareti di roccia altissime sotto le quali sono state ricavate stanze e gallerie per stivare provviste, mezzi e uomini. Solo cadendo in verticale una bomba avrebbe potuto centrarlo. Tra un forte e l’altro, qui e là, un cimitero di guerra. Per non dimenticare chi, da entrambe le parti, ha dato la vita credendo in un ideale o semplicemente eseguendo ordini. Mi chiedo con che ritmo hanno lavorato tutti questi soldati per costruire opere di ingegneria di tale levatura: pareti di spessori incredibili tutte blindate da lastre in acciaio, sitemi di approvvigionamento, centinaia di metri di gallerie, stazioni di pompaggio per l’acqua, strade, chilometri di strade spesso scavate nella roccia. Quanta fatica, quanto sudore e morte. Tutto questo ci è stato lasciato in eredità con il compito di preservarlo e raccontarlo, per chi verrà dopo di noi. E se doveste mai provare un senso “di vergogna” pedalando questo pezzo di storia vestiti come dei “guerrieri a pedali”, fatelo con rispetto pensando che i primi veri trailbuilders sono stati loro.

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